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Intervista all’autore Stefano Mosele, ci parla della sua opera, Azzurra dei ciliegi

Ho già parlato in questo blog di Stefano Mosele presentando la sua opera Azzurra dei ciliegi

Ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere virtuali con lui e tramite le sue stesse parole ci ha raccontato qualcosa in più sulla sua opera e presentato qualcosa in più su se stesso. Conoscete anche voi Stefano Mosele.

2017-02-22 20.42.50

Intervista all’autore Stefano Mosele

Ciao Stefano e ben arrivato nel blog, parlaci di te, presentati ai lettori, chi è Stefano Mosele?

Stefano è un aspirante scrittore, uno che ama districarsi tra le parole, che prova a raccontare su carta le cose che raccoglie nel mondo che osserva.
Mi piace cogliere i dettagli, guardare gli atteggiamenti delle persone ed immaginarmi le storie che ci stanno dietro. Sono anche un sognatore, uno che difficilmente abbandona la fantasia. E sono anche un eterno incompiuto che apprezza più il cammino rispetto alla meta a cui punto ad arrivare.

Azzurra dei ciliegi, come arriva l’ispirazione di questa trama? Chi è la protagonista?

L’ispirazione è arrivata pian piano, l’idea è poi mutata nel tempo fino ad arrivare alla trama che ho sviluppato nel libro. Azzurra è una ragazza come tante che si trova a dover risolvere qualche dubbio che investe il suo passato: il rapporto con la famiglia, con il nonno che le raccontava fiabe e storie, con un misterioso uomo al quale si sente legata in maniera particolare senza nemmeno saperne il motivo. E, accanto a questo, c’è tutto il mistero che avvolge l’arrivo di alcune lettere che, ad ogni compleanno, le parlano di creature magiche, i Nafix, dei folletti dagli occhi grande e alti circa una spanna,  che hanno in custodia i Sogni degli uomini.

Il libro è un intreccio tra realtà e fantasia, creature dei sogni e anche un pizzico di mistero, cosa devono aspettarsi i lettori?

Dovrebbero fidarsi della narrazione, lasciarsi sedurre dalla musicalità che attraversa il testo. È un cammino a fianco della protagonista e degli altri personaggi, alla scoperta di quanto grande e forte possa essere la volontà e il desiderio di infinito degli uomini.
I lettori dovrebbero abbandonare la speranza di avere punti di riferimento o suggerimenti per capire ciò che viene raccontato. È un compito che spetta a loro, quello di interpretare la vicenda. Sono un apprendista scrittore molto pigro, mi lascio trasportare dalle immagini poetiche e dai dialoghi e quindi lascio metà del lavoro alla responsabilità di chi legge. Scrivere non sempre è facile, per cui anche al lettore spetta un po’ di fatica da fare.

Il fantasy è il tuo genere preferito anche come lettore? Qualche autore ti ha ispirato?

Ho letto libri fantasy ed urban fantasy. Ma non sono un appassionato in grado di citare più di un paio di autori ai quali devo molta della mia ispirazione. Mi riferisco a Michael Ende (La Storia Infinita, Momo) e Jostein Gaardner (Il mondo di Sofia, L’enigma del solitario che è il mio libro preferito).
A dire il vero, è stato l’editor a farmi notare, a lavoro ultimato, come questo romanzo potesse essere classificato come urban fantasy. Non ero partito con l’idea di attenermi ad un genere preciso e, di conseguenza, si è composto questo ibrido che è un miscuglio di realtà e magia.

Convinci un lettore ad acquistare il tuo libro, cosa gli diresti?

La copertina ha un significato particolare, il titolo è suggestivo. E, soprattutto, arrivati all’ultima pagina, avrete un buon motivo per odiarmi. Credo di aver scritto questo libro proprio per portare il lettore a quel punto e poi… sentire le sue maledizioni.

Hai trovato delle difficoltà durante la stesura di questo romanzo? Se sì, quali e perché?

Difficoltà, insicurezze, problemi. Ho smesso di scriverlo cinque volte ed altrettante l’ho ripreso. Dopo la prima lettura dell’editor ed i suoi commenti volevo buttare tutto. Ma dallo sconforto ho imparato cosa significa scrivere un romanzo. Ho recuperato le energie e ho riscritto tutto da capo, ho cambiato l’ordine dei capitoli, ho aggiunto personaggi e ne ho tolto altri, ho eliminato tre capitoli per aggiungerne dieci. Ho messo in discussione la mia ispirazione e mi sono aiutato con la ricerca e lo studio della scrittura. E questo mi è servito per arrivare alla pubblicazione, senza snaturare me stesso ed il mio modo di scrivere, anzi, riaffermandolo, da solo. Ho limato le imperfezioni (molte ne avrei ancora da aggiustare) e sono riuscito ad arrivare a concludere questo progetto nella maniera in cui desideravo. Che per un eterno incompiuto è quasi un miracolo.

Vuoi raccontarci un aneddoto curioso o divertente accaduta durante la nascita di questa storia?

Dietro la copertina c’è un aneddoto interessante ed anche abbastanza significativo per tutto ciò che rappresenta questo libro. Ero invischiato nelle pagine del romanzo, avevo un titolo ed un’idea precisa in testa ma mi mancava un riscontro. Non sapevo quanto avrei voluto investire su questa trama, se mi sarebbe valso la pena farlo o se avrei soltanto sprecato le energie. Allora ho contattato su Facebook una ragazza, che non conoscevo, che stava vendendo dei quadri che aveva fatto. Le ho chiesto di lavorare sulla mia idea, ma ad una sola condizione: che si sarebbe lasciata guidare dall’ispirazione seguendo solo la traccia di tre parole che le avrei dato. Le lasciavo assoluta libertà e soltanto quelle tre parole: Azzurra di ciliegi. Quello che ne è venuto fuori è un quadro che, con mia grande sorpresa, identificava perfettamente lo spirito del racconto e dei suoi protagonisti. Avere conferma che il titolo “Azzurra dei ciliegi” riusciva ad emozionare un altro animo artista mi ha dato la spinta giusta per continuare a scrivere. Da lì in poi è stato tutto in… salita. Perché scrivere, in realtà, costa fatica, anche se è una cosa bellissima.

Come organizzi le tue ricerche quando scrivi? Racconta un po’ come si svolge il tuo lavoro di scrittore.

Ho bisogno di tanto tempo per focalizzare l’idea, leggo e cerco su internet degli appigli per sviluppare ed approfondire i concetti che voglio mettere nel racconto. Mi informo ma, al tempo stesso, cerco di isolarmi da qualsiasi influenza. Cosa impossibile da fare, certo, ma mi piace pensare di essere riuscito a ricercarmi uno stile riconoscibile, anche se non originale. Al contrario di quello che si può immaginare, non cerco la solitudine o la distanza dal caos e dal rumore. Azzurra dei ciliegi è stato scritto in gran parte al tavolino di un ristorante sempre affollato: trovo nella confusione esterna il mio silenzio. La cosa divertente è che sono ormai diventato parte di quel locale, quasi come un elemento di arredo.

Cos’è per te la scrittura e quali altri progetti hai in corso per il futuro? Ci accenni qualcosa?

La scrittura è comunicazione e al tempo stesso finzione. Attraverso le parole posso raccontare storie e portare il lettore a riflettere. Ma è anche un’arma che permette, se usata male, di prendere in giro chi si fida delle parole impresse su carta o accennate su uno schermo. Progetti per il futuro? Vivo alla giornata, sono molto altalenante con i miei desideri. Non prendo impegni nemmeno per il giorno dopo, quindi direi che, al momento, voglio che sia la libertà a guidarmi. Sicuramente riprenderò a scrivere. Non di Azzurra e delle sue avventure, ma di qualcos’altro.

Grazie. Se vuoi aggiungere qualcosa, questo spazio è tuo.

Questo libro ha alle spalle un rapporto complicato con la scrittura. Come un fumatore che tenta di smettere, anche il mio essere scrittore ha smesso e ripreso il vizio di scrivere almeno una decina di volte. E tutte le volte mi ero convinto che mai sarei andato avanti con questa passione. Una volta finita la storia c’è stata una persona, una persona particolare, che mi ha fatto capire quello che sono. A lei è dedicato questo lavoro, perché sa quello che c’è dietro e perché sa anche quello che sono veramente, al di là delle maschere che, come tutti, certe volte indosso. É una persona che mi ha fatto riscoprire la voglia di sorridere e che mi ha fatto fare pace con certi aspetti di me che non riuscivo a digerire. Ho preferito non mettere il nome. Perché un nome identifica una persona, non quello che, invece, ha fatto. Ci sono due dediche e nessun ringraziamento, nel libro. Le prima dedica e parte della seconda, sono per chi mi ha aiutato a calibrare meglio lo sguardo che avevo di me e del mondo. Tutto questo, il libro e anche questa intervista, non ci sarebbe se non avessi incontrato un prezioso temporale sul mio cammino. Ha sconvolto tutto, ribaltato arcobaleni per far sorridere il cielo. Impossibile non essere riconoscenti per questo. La seconda dedica, invece, appartiene al passato. Due figure (anche qui mancano i riferimenti, perché in fondo sono molto timido, anche se non sembra) che hanno dato nuova linfa alla mia voglia di comunicare. Anche se poi le strade si sono divise non potevo non avere un pensiero anche per chi ha visto nascere questa trama.

Tiziana

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