Intervista a Chiara Giacobelli autrice del romanzo Un disastro chiamato amore

Ben trovati lettori del blog, oggi vi propongo una bella intervista. Ho scambiato due chiacchiere con Chiara Giacobelli e se volete conoscere l’autrice del romanzo Un disastro chiamato amore, dovete rimanere ancora qualche minuto e leggere la sua intervista, bella e interessante.

chiara giacobelli

Ciao Chiara e benvenuta nel mio blog. Parliamo un attimo di te e presentiamoci ai lettori, chi è Chiara Giacobelli?

 – Una sognatrice prima di tutto, poi una scrittrice. La fantasia è ciò che riempie e colora la mia vita, non mi adatto facilmente (anzi, per niente) alle regole sociali, alle convenzioni e alle categorizzazioni. Amo la libertà, sono sensibile, passionale e terribilmente maldestra, come la protagonista del mio romanzo.

Quando nasce la Chiara scrittrice? Quando hai scoperto il desiderio e la passione in te verso la scrittura?

   – Nasce insieme a me, perché ho iniziato a scrivere racconti e romanzi non appena ho imparato a tenere una penna in mano. Per quanto mi riguarda, non considero la scrittura né un desiderio né una passione, perché sia dell’uno che dell’altra se ne può fare a meno. Io, invece, senza la creatività che dà forma alle storie stipate nella mia testolina non potrei vivere. Ecco perché ho sempre pensato che fare lo scrittore sia un modo di essere prima ancora che un hobby, un mestiere o una passione, appunto. La scrittura, almeno nel mio caso, scaturisce dalla necessità.

Qual è stato il tuo primo romanzo pubblicato e com’è cambiata la tua vita da allora?

 – Ho scritto molti racconti, un paio dei quali sono stati pubblicati; ho dato forma a tanti romanzi rimasti nel cassetto, alcuni terminati altri no; ho pubblicato nove libri prima di questo. “Un disastro chiamato amore” è però il mio romanzo d’esordio e sta andando meglio di quanto mi aspettassi: è bellissimo svegliarsi la mattina, aprire la posta o Fb e ritrovarsi inondata di commenti, complimenti, considerazioni, interesse da parte di persone da tutta Italia che non conosco ma che stanno sognando, ridendo e passando del tempo in compagnia del mio libro.

La mia vita è cambiata solo nel senso in cui ho recuperato un pochino di fiducia in me stessa e nella mia capacità di saper scrivere. Non so se vale anche per gli altri, ma io mi sento sempre inadeguata o non abbastanza brava. Ogni volta che mi siedo davanti al computer la prima cosa che penso è: dopo Shakespeare, cos’altro potremmo mai dire a proposito dell’amore?

Arriviamo alla tua ultima pubblicazione con Leggereditore, “Un disastro chiamato amore”; quando lo hai scritto e a chi ti sei ispirata?

 – L’ho scritto qualche anno fa nel corso di una malattia come terapia del sorriso consigliatami dai medici per cercare di prendere con auto-ironia tutto ciò che di brutto mi stava capitando ed effettivamente mi ha aiutata moltissimo.

La storia è completamente inventata, mentre per i personaggi mi sono lasciata travolgere dalle ispirazioni. Vivienne, la protagonista femminile, è il mio alter ego letterario e tutte le figuracce combinate mi sono capitate realmente! Alex Lennyster è solo fisicamente ispirato a Henry Cavill (l’attore di Superman), mentre per quanto riguarda personalità e professione ho attinto dal figlio di Audrey Hepburn, Sean Ferrer, che ho conosciuto in Toscana, dove possiede una casa. Il personaggio che però è più ricco a livello di suggestioni e aneddoti è quello di Elisabetta Grimaldi, la madre del protagonista: in lei convergono tratti caratteriali ed episodi realmente accaduti di Maria Luisa Spaziani, Rossana Podestà, Marta Marzotto e ovviamente Audrey Hepburn. Infine, una parte del contesto trova ambientazione nella Commedia all’Italiana, che ho ben conosciuto lavorando al saggio biografico “Furio Scarpelli. Il cinema viene dopo”.

Chi è la protagonista principale e quanto vedi di te in lei?

 – Vivienne è sicuramente il fulcro di tutta la storia, anche perché non è esattamente una donna che passa inosservata. Non è un caso se il romanzo è narrato in prima persona attraverso il suo punto di vista e le sue mille vocine interiori.

Come dicevo, di me c’è tantissimo in lei, dall’auto-ironia alla capacità di combinare un numero enorme di gaffe, dalle fobie più strampalate alle varie paure fino al catastrofismo cosmico con cui vede la vita, dietro al quale si nasconde tuttavia un animo sensibile e romantico, ancora capace di amare. Ho scoperto dopo la pubblicazione del libro, grazie ai tanti commenti che mi arrivano, quanto sia facile per le lettrici immedesimarsi in Vivienne. Evidentemente siamo tutte un po’ disastri viventi! J

Come scegli le ambientazioni e le location dove si svolgono i tuoi libri?

 – In base alle emozioni che mi suscitano. Il Golfo dei Poeti mi è rimasto nel cuore dalla prima volta che l’ho visitato e vi ho trovato anche tanto da raccontare a livello di storia. Non per niente ispirò poeti, scrittori, letterati, artisti. Credo che si possa capire lo spirito di questo lembo di terra ligure solo visitandolo, meglio se fuori stagione.

“Un disastro chiamato amore” pubblicato con Leggereditore, vuoi parlarci di questa esperienza? Com’è avvenuto l’incontro con questo editore?

 – A dire il vero non lo so, perché si è occupata di tutto la mia agente. Ormai da un po’ mi segue per tutta la mia produzione letteraria (varia e narrativa) un’eccellente agenzia letteraria di Roma che ha creduto in me, nonostante io sia tra le loro autrici più giovani senza grandi premi o vendite alle spalle. Hanno fatto una scommessa su di me e io spero di non deluderle. Per ora abbiamo trovato un buon editore per questo primo romanzo, con una tiratura di tutto rispetto per essere un esordio, e spero che sarà solo la prima di tante altre esperienze con loro.

Come definiresti il tuo genere?

 – Non ho nessun genere, questo è ciò che più mi caratterizza. Da sempre, sono passata con facilità – un po’ per noia, un po’ per naturale curiosità del mio carattere – dalla varia alla narrativa, dalla saggistica alle guide turistiche, dai libri storici ai racconti, dagli articoli ai comunicati stampa fino ai dossier e alle produzioni più creative per cataloghi d’arte. Un giorno sono intimista, profonda e introspettiva, il giorno dopo leggera, divertente e buffa. Come nella vita.

Cosa pensi dell’editoria moderna e del selfpublishing? Il mondo dei libri sta cambiando oppure è solo una fase transitoria? Qual è il tuo pensiero?

 – Purtroppo (o per fortuna) io sono rimasta ferma all’Ottocento, sono ancora lì che vago nelle lande e nelle brughiere con i miei abiti da damina. Per me un libro dev’essere di carta, da odorare oltre che da leggere, da tenere in mano come un cimelio, e lo deve sostenere un editore serio che fa una proposta commerciale onesta, non a pagamento, senza fai da te, ma mettendosi in mano a professionisti che fanno questo mestiere da tempo e sanno quindi come gestire al meglio il tuo manoscritto. Per esempio, non ho mai letto un e-book in vita mia e ho aperto Instagram una settimana fa solo perché tutti mi tormentavano al riguardo. Lo so, non c’è da vantarsene… forse l’editoria sta cambiando davvero, ma di certo io non riesco a starle dietro!

Molti autori affermano di scrivere per passione, in parte è vero, senza è impossibile mettersi davanti a una tastiera e inventare storie e infilare frasi una dietro l’altra, ma io penso sia anche un lavoro. Scrivere un romanzo è impegnativo, per cui credo da autrice, che si possa definire una professione, anche se in Italia il concetto non è molto condiviso. Tu come ti poni con questa riflessione: per te scrivere e pubblicare libri è un lavoro?

   – Io ritengo che la scrittura sia – o diventi – un lavoro soltanto nel momento in cui ci si mantiene attraverso di essa. In fondo, ciò che differenzia un lavoro da una passione è proprio il fatto che per il primo si viene pagati, per la seconda non necessariamente. Quando le due cose coincidono – come nel mio caso – si è molto fortunati perché non si percepisce il proprio lavoro come tale.

Ad ogni modo, a tal proposito abbiamo molto da imparare dall’America, dove la scrittura è effettivamente riconosciuta come una professione ed è anche ben pagata. L’Italia vive la cultura in una maniera tutta sua, purtroppo.

Come trascorre la sua giornata Chiara Giacobelli?

 – Nei modi più vari: ci sono giorni in cui mi attacco al computer e scrivo fino a sera dimenticandomi persino di mangiare o di dormire perché sono presa dall’ispirazione; ce ne sono altri in cui conosco persone, faccio interviste, raccolgo materiale e mi immedesimo nelle storie e nei personaggi che sto raccontando, così da vivere mille vite in una sola; ce ne sono altri ancora in cui non ho voglia di lavorare e allora vado a fare una passeggiata o un tuffo in piscina. La cosa più bella e più importante che ho conquistato nella vita sino ad oggi, facendo tantissimi sacrifici, è la libertà. Quasi nessuno ormai mi dice che cosa devo fare, come, quando e perché. Tuttavia, non bisogna commettere l’errore di pensare che sia merito della fortuna: in questa società nessuno ti regala nulla, ogni traguardo è il frutto di fatica, talento e tenacia. Soprattutto, dobbiamo essere consapevoli che ciascuno, se vuole, può raggiungere i propri sogni e obiettivi.

Grazie per la chiacchierata e come sempre, concludo le interviste invitando gli autori a occupare questo spazio, aggiungendo qualcosa che non è stato detto.

 – Se volete seguire le mie svariate attività, potete fare riferimento al sito web http://www.chiaragiacobelli.com, oppure mi trovate su Facebook, LinkedIn, Twitter e da poco anche su Instagram, visto che mi sono modernizzata un po’!

 

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